Io c’ero è, come dice il sottotitolo, l’autoritratto di un pittore particolare. Mario Ferrario ha fatto della pittura lo specchio della propria coscienza e uno strumento di intervento diretto sulla realtà, anzi sull’attualità sociale più urgente e drammatica. Ferrario rappresenta, oggi, la testarda quanto unica prosecuzione di una scuola pittorica italiana che, per certi aspetti, fa riferimento a Guttuso e che oggi appare talmente controcorrente da imporsi, per paradosso, come necessaria.
“Nel 2007 Mario Ferrario, che aveva visto alcuni miei lavori (io, al contrario, non lo conoscevo proprio, ma questo non glielo dissi), mi contattò per chiedermi se ero interessato a realizzare un video da inserire all’interno di una sua mostra, che si sarebbe tenuta a Reggio Emilia nel gennaio 2008. Quando lo conobbi, letteralmente travolto dalla carica umana e dall’entusiasmo di questo piccolo uomo dal capello lungo e grigio e dalla barba folta, gli dissi che mi sarebbe piaciuto ampliare un po’ la cosa: fare un ritratto del pittore Mario Ferrario. Conclusi il lavoro nel dicembre 2007, e lo chiamai. Sentii una voce diversa, che mi annunciava una novità: cancro al pancreas, avvio immediato di chemioterapia. Nel giro di un mese, Mario si spense. Non poté nemmeno presenziare all’inaugurazione della sua mostra.” (Nico Guidetti)